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Dichiarazione di voto finale al d.l. referendum 2009 (A.C. 2227)

11/03/2009
 
Disegno di legge di conversione, con modificazioni, del decreto-legge n. 3 del 2009: Svolgimento nell'anno 2009 delle consultazioni elettorali e referendarie - (A.C. 2227-A). MARIO TASSONE. Signor Presidente, ritengo che abbiamo fatto delle valutazioni complessive su questo provvedimento sia in sede di discussione sulle linee generali e anche nell'esame degli emendamenti. Abbiamo detto subito - lo vogliamo anche ripetere in questo momento, con forza - che questo non è un provvedimento che si configura come un dato tecnico o quantomeno l'aspetto tecnico non è certamente prevalente, ma racchiude momenti politici rilevanti, come certamente si è riscontrato anche nel corso di un confronto che non conclude questa materia. Questa nostra discussione non è ovviamente esaustiva rispetto ai temi e alle questioni che sono venute fuori ed emerse. Certamente, signor Presidente, le valutazioni che dobbiamo fare riguardano il dato profondamente politico e investono direttamente l'agibilità della nostre istituzioni, per quanto riguarda, certo, il finanziamento pubblico dei partiti. Lo abbiamo detto con estrema chiarezza al di là della disquisizione che abbiamo avuto proprio - lo ripeto - nell'esame degli emendamenti (se era utile la soglia del 2, del 3 o del 4 per cento), poi con altri tentativi a ulteriore frammentazione e, soprattutto, una minore compressione rispetto ai dati che riguardano la soglia. Al di là in tutto questo discorso bisogna capire e comprendere se è il tempo di fare una valutazione esatta rispetto al finanziamento pubblico dei partiti. Ci rendiamo conto che il rimborso delle spese elettorali non è altro che un finanziamento pubblico dei partiti. È una forma di finanziamento dei partiti e certamente quando abbiamo proposto il 2 per cento lo abbiamo fatto perché riusciamo a capire e a comprendere che non possiamo abbattere un sistema di presenze in termini proporzionali, di energie e di forze che possono dare un contributo nel Paese sul piano del dibattito, dell'indicazione, dei progetti politici e che tutto questo non può essere vanificato e non può certamente spegnersi. È una vecchia concezione, signor Presidente, di una democrazia partecipata, ma se vogliamo ancora è un forte richiamo anche a un dettato costituzionale che fa leva sul pluralismo delle associazioni, delle formazioni sociali e quindi delle formazioni politiche, per dare un contributo forte dove il coinvolgimento della gente e dei cittadini non è un fatto nominale, ma un fatto sostanziale. Noi ci stiamo abituando sempre di più, attraverso questo sistema precario che va sotto il nome di bipolarismo, all'estraneità dei cittadini, i quali seguono solo in veste di spettatori il dibattito e il confronto politico; manca sempre di più ed è deficitario un protagonismo che certamente noi dovremmo incoraggiare e favorire. Ecco perché noi ci siamo, non fissati, ma attestati sul 2 per cento perché credo che questa possa essere un'indicazione forte sul piano politico coerente anche con la nostra storia, con il nostro impegno, con la nostra presenza nel nostro Paese nel tempo che stiamo vivendo, ma in una storia che ha riferimenti lontani nella nostra azione e nella nostra capacità di cogliere i fermenti del nostro Paese. Ho visto, signor Presidente, ancora una visione stantia delle cose, come se questo sistema potesse essere definitivo, ma questo sistema sta dimostrando grandi limiti. Come dicevo in sede di discussione generale, la crisi di una formazione politica non è la crisi di quella formazione politica, ma è la crisi un sistema bipolare del Paese, è la crisi che evidenza che i partiti non possono nascere attraverso diversificazioni di storia e di riferimenti culturali. I partiti sono momento di omogeneità, di raccordo, ma soprattutto di proposta univoca che poi mettono a disposizione del confronto politico parlamentare e anche all'interno della società. Noi dobbiamo proseguire su questa strada, abbiamo detto più volte che siamo per il superamento di questo bipolarismo nato sull'onda di una stabilizzazione. Ma la stabilizzazione dei Governi, delle amministrazioni comunali e regionali, di per sé non è sinonimo di efficienza e molte volte sacrifica una parte della democrazia, così come noi l'abbiamo intesa. Certo, ci sono studi diversi sulla democrazia di tipo anglosassone, ma noi abbiamo una storia e una cultura diverse, con riferimenti ad aree diversificate che si distanziano da altre esperienze, da altre storie e da altre culture. Ecco perché noi abbiamo detto di no anche per quanto riguarda l'election day, facendo celebrare le elezioni comunali, provinciali e del Parlamento europeo con il referendum. Qui dobbiamo essere estremamente chiari e dobbiamo uscire dall'equivoco. Lo abbiamo ricordato, ci sono stati nel Paese 59 referendum, a partire da quello del 1974 sul divorzio, poi ci sono stati referendum come quello sulla responsabilità civile dei magistrati, dove c'era stata una manifestazione chiara da parte dei cittadini, ma quel referendum certamente non ha avuto storia: l'indicazione e la volontà degli elettori non è stata tutelata e garantita, non si è esplicitata perché certamente non esiste, oggi, nel nostro Paese nessuna responsabilità dei giudici. Noi abbiamo posto una questione, quella dei referendum, proprio in ottemperanza all'articolo 75 della Costituzione. Vogliamo rivedere la legge che regola i referendum considerando anche i quesiti che sono venuti fuori sia nel referendum del 1991, per quanto riguarda il sistema elettorale con la preferenza unica, sia nel referendum del 1993, relativo al 25 per cento di quota proporzionale e al 75 per cento di maggioritario, nonché in quello sul nucleare in cui si è fatta un'azione di microchirurgia, di sistemazioni oculate, precise, puntuali, ma certamente anche equivoche, della norma di legge. Il cittadino non è stato mai messo nella condizione di avere quesiti chiari, di rispondere chiaramente, non c'è stato mai uno sforzo di accompagnare questi referendum a un dibattito forte, intenso, che mettesse il cittadino nella condizione di dire «sì» o «no». Si sono fatti interventi di chirurgia sulla piccola norma che è sfuggita certamente alla mente, ma soprattutto alla comprensione dell'elettorato. Inoltre, signor Presidente, parliamo con estrema chiarezza: credo che anche in questo la Corte costituzionale abbia delle responsabilità e che, perciò, occorra anche spendere qualche parola su di essa. Non è vero che la Corte costituzionale è un vangelo, soltanto i vangeli durano per anni, per secoli. La Corte molte volte risente delle intemperie, delle condizioni ambientali, dei fenomeni meteorologici sul piano politico. Ecco perché ritengo che da questo provvedimento nascano due quesiti che lo stesso non risolve. Innanzitutto, vi è il problema del finanziamento pubblico dei partiti, della democrazia partecipata, della salvaguardia del pluralismo e del superamento di un sistema che è ormai asfittico e che certamente nessuno riuscirà a mantenere; bisogna guardare ai tempi medi per comprendere, infatti, che questo Paese ormai si immette nel circuito della storia per chiudere una parentesi certamente deludente e soprattutto complicata e preoccupante. Inoltre, lo ripeto, si pone il problema dei referendum. Questi due quesiti che si pongono sul piano politico accompagnano il provvedimento in esame che è stato contrabbandato dal punto di vista tecnico, ma che è un provvedimento politico. Anche in questo testo abbiamo dovuto registrare un'alleanza di fatto tra PdL e PD, ovviamente nell'ottica di sistemare le cose in termini bipolari con l'auspicio, con un sogno o con un'ipotesi verso il bipartitismo. Questa è una storia che sta finendo e questo provvedimento dimostra anche i limiti di uno sforzo di quest'Aula. Rimane il nostro partito, signor Presidente, a continuare a condurre una battaglia forte sul piano della democrazia e della libertà. Per questi motivi noi ci asterremo. - PER VISUALIZZARE E/O SCARICARE IL PDF CLICCARE SU "INTERVENTI" E QUINDI SCEGLIERE L'INTERVENTO IN AULA DA SCARICARE. -